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"Sotto la pelle - libri antispecisti" - Ep 4 "Bones and all" di Camille DeAngelis


Bones and all è un romanzo vegan? e il film che ne ha tratto Guadagnino? Ve ne parlo in questa puntata, facendo un confronto romanzo - pellicola.

"Sotto la pelle - libri antispecisti" - Ep 4 "Bones and all" di Camille DeAngelis

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"Sotto la pelle - libri antispecisti" - Ep 4 "Bones and all" di Camille DeAngelis


Bones and all è un romanzo vegan? e il film che ne ha tratto Guadagnino? Ve ne parlo in questa puntata, facendo un confronto romanzo - pellicola.

Minima Shop

January 03, 2023


"Sotto la pelle - libri antispecisti" - Ep 4 "Bones and all" di Camille DeAngelis

"Sotto la pelle - libri antispecisti" è un podcast di Minima Shop in cui io, Viviana, condivido le mie riflessioni sul rapporto tra animali umani e animali non umani attraverso l’analisi di alcuni romanzi che sono interessati a indagare i confini tra specie e tutte le conseguenze che questi confini continuano ad avere nel modo in cui ci definiamo umani e in cui consideriamo gli animali. Trovi il trailer su spotify e su Spreaker.

Puoi ascoltare gratis questa terza puntata su Spotify e su Spreaker.

Qui sotto trovi la trascrizione.

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INCIPIT

Benvenuto o benvenuta in “Sotto la pelle - libri antispecisti” un podcast dove si parla di libri e di rapporti tra specie, un luogo dove “L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui”.

Penny Wilson desiderava in un modo un po’ eccessivo avere un figlio tutto suo. O almeno io me la spiego così, perchè doveva tenermi d’occhio solo per un’ora e mezza, e deve avermi coccolata un filo troppo. Immagino che mi abbia cantato una ninna- nanna, che mi abbia solleticato i piedini e le manine, che mi abbia baciato le guanciotte, che abbia carezzato la peluria soffice sulla testa, soffiandomi fra i capelli per esprimere un desiderio, come coi soffioni. I denti ce li avevo già ma ero troppo piccola per mandar giù le ossa, quindi mia madre al ritorno le ha trovate in un mucchietto sul tappeto del salotto.

SPOILER ALERT E TRIGGER WARNING

Quello che hai appena sentito è l’incipit di “Bones and all” di Camille DeAngelis, il romanzo di cui ho scelto di parlarti in questa quarta puntata di “sotto la pelle”. Gli spoiler alert questa volta riguardano sia il romanzo sia il film che ne è stato tratto per la regia di Luca Guadagnino uscito recentemente in sala. Parlerò di entrambi, Se non hai ancora letto il libro e non hai visto il film,  sappi che svelerò un po’ di dettagli della trama, decidi tu se proseguire o passare di qui in un altro momento.

Per quanto riguarda i trigger warning di questa puntata, ti dico che parleremo di cannibalismo, se la cosa potrebbe darti fastidio, anche qui ti consiglio di non proseguire.

DALLE PAGINE ALLO SCHERMO

Questa puntata del podcast è un po’ anomala, per diversi motivi: innanzitutto perché Bones And all è un romanzo cosiddetto “young adult”, in italiano “per giovani adulti” o meglio per adolescenti, cioè appartiene a un genere letterario che ha un target ben definito nel quale io non rientro anagraficamente ma che al di là di questo è un genere che non ho mai frequentato.

L’altra anomalia riguarda come sono arrivata a interessarmene e quindi a leggerlo, è stato infatti un percorso inverso rispetto a ciò che mi accade di solito, un percorso che stavolta è andato dallo schermo alla pagina. Ho deciso infatti di leggere Bones and All dopo aver visto il film che ne ha tratto Luca Guadagnino e che è uscito nelle sale, quest’anno, a novembre dopo essere stato premiato a Venezia come migliore regia.

E’ un film di cui si è molto parlato ovviamente perché diretto da Guadagnino, che è un regista di richiamo, e recitato dalla sua musa nonché idolo dei teenager, Timotet Chalamet. Personalmente ero indecisa se andare a vederlo in sala perché non amo particolarmente né il regista né l’attore, il fatto che fosse un horror, almeno così avevo capito, era l’unica cosa ad attrarmi, essendo un genere che amo particolarmente, finché poi non mi è giunta voce che il film fosse tratto da un libro di una scrittrice dichiaratamente vegan e attivista e che quindi in qualche modo poteva essere forse un film che metteva la questione vegana al centro della narrazione.

Alcune reazioni a caldo di persone vegan che l’avevano già visto e ne facevano trapelare presunte critiche al carnismo, mi hanno quindi convinta a comprare il biglietto. E la visione non mi ha soddisfatta, se doveva parlare di veganismo, ha deluso le mie aspettative: l’ho trovato in generale confuso e manchevole, sono uscita dalla sala pensando che fosse un’occasione persa, ho rilevato qua e là degli spunti in alcune scene o dialoghi o caratterizzazione dei personaggi che rimandano sicuramente a una riflessione sull’abitudine di mangiare carne e sulla possibilità di non farlo ma li ho trovati appunto solo spunti e niente più, deboli, non efficaci.

E la ricezione della critica e del pubblico mi hanno confermato che semmai fosse presente un messaggio vegan, non è passato: al di là della mia bolla vegan, non ho letto recensioni critiche o approfondimenti che tematizzassero il veganismo in relazione a questo film.  

A questo punto c’è stata la grande curiosità di leggere il romanzo da cui è tratto per capire se il messaggio originariamente ci fosse e fosse andato perso nella traduzione cinematografica. Ve ne parlo in questa puntata, facendo anche un breve confronto con la pellicola.

LA GENESI DEL LIBRO E LA SUA AUTRICE

Bones and All è il terzo libro scritto dalla statunitense Camille DeAngelis e pubblicato nel 2015, in Italia ha avuto una prima edizione per Panini Books con il titolo “fino all’osso” ed è stato ripubblicato quest’anno in concomitanza con l’uscita del film da Oscar Mondadori, per la collana Oscar Fabula, con una nuova traduzione a cura di Vincenzo Latronico.

L’autrice si definisce una coach ed educatrice di stile di vita vegan, ha un sito e un blog cometparty.com e un canale youtube dove parla profusamente della genesi del libro ma anche del film. Riguardo a Bones and all dice di essere diventata vegana e di essere entrata da allora in una fase particolarmente creativa della sua carriera, in particolare nel 2011 stava lavorando a un libro ambientato nel 18 secolo, facendo ricerca su un ricettario scozzese dell’epoca, si era imbattuta nella sezione “flesh”, cioè nella sezione delle ricette a base di carne, l’uso della parola “carne” “flesh” appunto l’aveva colpita (Perché in inglese flesh indica la carne umana mentra quella animale viene indicata con il termine “meat”) aveva avuto una piccola epifania e quindi aveva pensato “ o mio dio, quanto sono felice di non essere più una persona che mangia carne” e di lì a poco aveva iniziato a mettere giù la bozza appunto di Bones and all.

DeAngelis in molte interviste sottolinea come con questo libro, perlomeno nelle sue intenzioni, abbia voluto costringere le persone a pensare al consumo di carne e pensare a se stesse come predatori, tenendo però sempre a mente che la storia doveva venire prima di ogni cosa, doveva essere una bella storia, coinvolgente, che doveva ruotare attorno a un’idea principale; una protagonista 16enne che divora le persone, per quanto a primo acchito possa risultare paradossale e ironica questa scelta da parte di una scrittrice vegana.

Venendo alla trama: Bones and all è un romanzo di formazione di genere horror, la protagonista, Maren, è una giovane ragazza alla ricerca della propria identità in un’età in cui spesso accade di farsi domande sulle proprie origini, sulle proprie pulsioni e desideri. Maren rispetto a qualunque altra adolescente ha una questione in più con la quale doversi confrontare: è una cannibale, da quando ne ha memoria ha l’istinto irrefrenabile di mangiare le persone e per questo motivo è condannata a una vita di isolamento e sofferenza: vive con la madre, il padre se n’è andato prima della sua nascita, e le due, ogni qual volta Maren cede al suo desiderio e mangia le persone, devono fare i bagagli, scappare e ricominciare tutto da capo in un’altra parte del paese per fare in modo di non essere scoperte e incorrere nelle conseguenze legali e sociali degli omicidi.

Quando la madre, che non è cannibale, esasperata e impossibilitata ad aiutare la figlia, all’indomani del suo sedicesimo compleanno la abbandona, Maren decide di intraprendere un viaggio per cercare quel padre che non ha mai conosciuto, e fargli tutte le domande che la assillano, sperando di ricevere tutte le risposte di cui ha bisogno. sarà un viaggio on the road attraverso il midwest americano durante il quale incontrerà diversi personaggi che la aiuteranno a diventare un’adulta e convivere con la sua diversità. 

IL SENSO DI COLPA DEI PREDATORI

Appare subito chiaro che Maren ha fame, e si sente in colpa per la sua fame. Può mangiare anche come tutti gli altri comuni essere umani, e lo fa, ma il cibo “normale” non le dà quel piacere e quel senso di sazietà che solo la carne umana le procura. Il senso di colpa è il sentimento predominante in lei, è la fonte della sua sofferenza. Nella prima parte del romanzo, narrato in prima persona, quando Maren ripercorre la sua infanzia, emerge tutto il dolore di una bimba che non riesce a controllare i suoi istinti e fallisce continuamente nel soddisfare le aspettative di una madre che vorrebbe che la figlia negasse la sua natura e che con questa richiesta dimostra di non accettare la mostruosità della figlia, al contrario di averne paura e ribrezzo al punto poi da scappare e abbandonarla al suo destino.

Maren soffre perché delude la madre e perché delude se stessa, tenta di resistere alla voglia di divorare le persone ma poi inevitabilmente cede e si ritrova sola, incompresa, fuggitiva. Vorrebbe avere la certezza di non essere l’unica a fare quello che fa per trovare un senso di comunanza, per confrontarsi ed essere compresa ma non conosce nessuno come lei, trova gente simile a lei solo nei libri che legge in biblioteca: giganti, troll, streghe, ghoul, figure mitologiche come Crono, il dio del tempo che trangugia i suoi stessi figli. Tiene un diario in cui raccoglie tutte le storie di mostri che incontra nelle sue letture con brani interi copiati e fotocopie delle illustrazioni che più la colpiscono.

Maren quindi sa che quello che fa è una cosa brutta, è un omicidio, è consapevole di togliere la vita a delle vittime innocenti e per questo motivo si trattiene per lunghi periodi, ma dopo aver ceduto ai suoi istinti e aver cannibalizzato le persone si sente male, si lava molto bene la faccia, si pulisce ossessivamente le mani avendo cura di togliere i residui di sangue dalle cuticole, fa lunghi gargarismi con il colluttorio per togliere il sapore di carne e sangue che ha in bocca. Le sue vittime la perseguitano negli incubi notte dopo notte e l’unico strumento che trova per riuscire a coesistere con questo stato di cose è prelevare un ricordo dalle sue vittime, non si tratta di “trofei” come fanno molti serial killer e come vedremo fare ad altri personaggi nel romanzo, perché Maren non vuole rivivere il piacere dell’atto commesso, non vuole celebrare una vittoria, al contrario vuole ricordare le persone e in questo modo ricordando le sue colpe, fare ammenda: i suoi “souvenir” infatti sono i libri che le vittime stavano leggendo prima di morire.

Anche questo però è un palliativo, non risolve il conflitto interiore, e la misura della sua disperazione ce la danno altri due episodi: quando ascoltando la radio si imbatte per caso nel discorso di un predicatore religioso che esorta il pubblico alla fratellanza, al perdono di sè e degli altri e lei lo ascolta affascinata, fantasticando sull’idea di poterlo incontrare e essere assolta per i propri peccati; o quando decide di scrivere una lettura di auto denuncia a ogni singola stazione di polizia delle città in cui ha vissuto e dalle quali è scappata, nella segreta speranza di essere scoperta e punita per i suoi delitti. Non andrà dal predicatore e confessarsi né imbucherà mai quelle lettere “Perdono era una parola dell’altra lingua, quella che è sparita non appena mi sono svegliata”.

Maren è quindi una cannibale, è un mostro, fa una cosa sbagliata ma è un personaggio con cui noi lettori riusciamo ad empatizzare, immagino che ciò sia vero soprattutto per un adolescente: in definitiva l’angoscia di Maren è l’angoscia adolescenziale esasperata in tutti i suoi aspetti, la ricerca della propria identità, la scoperta delle proprie pulsioni (sessuali ad esempio), del proprio corpo, la relazione con il proprio passato e quindi con i genitori, in questo caso uno assente e l’altro incapace di rivestire il proprio ruolo di guida.

Dal punto di vista di un lettore vegano o meglio ancora di un lettore che si sta avvicinando alle tematiche vegan, l’empatia scatta perché i sensi di colpa di Maren possono rispecchiare i sensi di colpa di chi inizia a mettere in discussione il proprio modo di rapportarsi agli animali e tutto ad un tratto si riconosce come predatore, come qualcuno che per cibarsi sta togliendo la vita a un altro essere vivente.

Per moltissime persone che hanno scelto di non mangiare più animali, c’è stato un momento di conflitto interiore in cui hanno sentito nel profondo di non voler più fare “quella cosa brutta” ma nello stesso tempo hanno continuato a farlo, si sono sentiti intrappolati dalle proprie pulsioni e dalla golosità, o anche semplicemente dalle abitudini, o ancora dalle dinamiche familiari e sociali. C’è un momento di non ritorno in cui si guarda a quello che si ha nel piatto come un animale e non più come una gustosa ricetta a base di “carne” ma a quel momento ci si arriva dopo un percorso che per forza di cose implica una trasformazione radicale della propria identità e che può essere doloroso, fatto di sensi di colpa e di contraddizioni. 

LA DISSONANZA COGNITIVA E I CODICI MORALI 

Un altro aspetto interessante del cannibalismo di Maren che la accomuna alle abitudini alimentari della maggior parte delle persone nella realtà odierna, ha a che fare con il concetto di dissonanza cognitiva: la dissonanza cognitiva è la coesistenza in un soggetto di due idee in netto contrasto tra loro, molto spesso la coesistenza di una credenza e un comportamento che sono incompatibili. Questa incoerenza crea un forte disagio, una sofferenza profonda che ha a che fare con la propria identità e autostima e che l’individuo quindi tenterà di risolvere in vari modi: cambiando comportamento o molto più spesso cambiando credenza cioè modificando, attenuando, sminuendo la credenza che crea conflitto per avvalorare e giustificare il comportamento che si mette in atto e che non si vuole abbandonare.

Nell’ambito della riflessione sul rapporto con gli animali, la dissonanza cognitiva risiede nel cosiddetto paradosso della carne: la maggior parte delle persone ama gli animali e non accetta che su di loro si agisca violenza ma nello stesso tempo mangia gli animali.

Mangiare animali crea dissonanza cognitiva, crea disagio morale: è qualcosa che piace, che dà piacere fisico, gioia, soddisfazione ma anche rimorso, senso di colpa perché sappiamo o sospettiamo essere una cosa sbagliata, non morale. Come Maren che è cannibale, prova piacere a mangiare le persone, non ne può quasi fare a meno ma soffre perché sa che non è moralmente giusto.

E Maren tra l’altro mangia proprio chi è più vicino a lei, chi lei ama o chi la ama: mangia la babysitter che si prende cura di lei e che verrà sbranata proprio mentre la culla tra le braccia; mangia il ragazzino al campeggio estivo con il quale è complice di una piccola fuga notturna romantica; mangia addirittura il ragazzo di cui si è innamorata. Maren mangia chi ama. Nella nostra società noi mangiamo chi diciamo di amare: gli animali.

Ci sono altri spunti nel romanzo che ci suggeriscono un parallelismo tra Maren e il suo cannibalismo e noi e la nostra scelta di mangiare altri animali o meglio il carnismo che ci consente di mangiarne alcuni e di risparmiarne altri.

Innanzitutto nel romanzo ci viene detto molto chiaramente che i cannibali possono mangiare anche cibo normale e lo fanno: le descrizioni di colazioni, pranzi e cene a base di uova e pancetta, pizza, tramezzini, timballi di carne  e formaggi, sono ovunque tra le pagine.  

Ma soprattutto ci diviene chiaro che i cannibali non mangiano tutte le persone indistintamente, o meglio alcuni di loro seguono delle regole.

Nel suo viaggio on the road Maren viene infatti finalmente a contatto con altri “mangiatori” come lei e scopre, e noi con lei, che i cannibali hanno un proprio codice morale, vero o presunto che sia, quindi agiscono all’interno di confini che hanno deciso di non oltrepassare.

La prima persona cannibale che incontra è Sullivan, detto Sully, un uomo anziano che le rivela di mangiare solo le persone morte o che stanno per morire, cosa che può fare grazie a una sorta di potere speciale che gli consente di riconoscerle dall’odore o dall’aspetto. Sully preleva ciocche di capelli dalle persone che mangia, e le intreccia in una corda che porta sempre con sé:

"Ma ti ricordi di chi sono tutti i capelli diversi?"
Ha sollevato un tratto di corda indicandone un punto con un mignolo sbilenco. "La vedi questa ciocca così crespa, spessa? questa è una roba che i giovani di oggi chiamana <rasta>. Non hai idea di quanto ho faticato per intrecciarla alla corda, ma ci sono riuscito." Ha scosso il capo. "Era un ragazzo, l'ho trovato soffocato nel suo stesso vomito".
Ho trattenuto un brivido.
"Prima di poterlo mangiare ho dovuto dargli una bella ripulita. Va detto che da vuoto lo stomaco è più saporito".
<non ho modo di saperlo>. Mi è caduto l'occhio su un ciuffo rosso dorato a pochi centimetri dal rasta. Non avevo mai visto un colore così bello. "E quello là?"
"Questo..." ha esitato. "Lei ha fatto tutto da sola."
E' stato allora che mi è piombata addosso la differenza fra noi. Io avevo delle vittime. lui no.

Sully avrà un ruolo centrale nello sviluppo del personaggio di Maren così come è centrale il ruolo di un altro personaggio, Lee, il ragazzo 19enne con cui Maren condividerà buona parte del suo viaggio e del quale si innamorerà. Anche Lee è cannibale e anche lui ha una sorta di codice morale: lui mangia solo le persone malvagie, in questo modo compensa il suo delitto, nel fare qualcosa di male, compie una sorta di “buona azione”. la prima volta che incontriamo Lee nel romanzo infatti, mangia un ubriacone che al supermercato, sotto gli occhi di Maren, ha molestato una donna. Verremo a sapere che ha anche mangiato l’ennesimo compagno violento della madre nel tentativo di difendere se stesso e la sua ragazza. 

E poi c’è il padre di Maren, che lei riesce a rintracciare e incontrare: è un uomo che vive rinchiuso da decenni in una struttura psichiatrica, sedato dai medicinali, non in grado di parlare che però affida la sua storia, la sua memoria a una lettera per Maren che lei leggerà. Scoprirà così che anche il padre è un cannibale e anch’egli ha agito secondo un suo codice morale: ha deciso di abbandonare la moglie incinta, nel tentativo di proteggerla e di proteggere a creatura che portava in grembo, Maren appunto, e probabilmente ha deciso di consegnarsi a una struttura psichiatrica per farsi aiutare a non fare più del male a nessuno.

Questi codici morali assomigliano a quelli che nella nostra società stanno alla base del carnismo cioè alla base di quel sistema di valori per cui decidiamo di mangiare animali e in particolare alcuni animali e altri no, e che risolvono le dissonanze cognitive di cui ho parlato prima: quindi ad esempio scegliamo di mangiare animali con i quali non abbiamo prossimità, come le vacche o i maiali, e di risparmiare quelli che consideriamo compagni, amici, come gli animali domestici, gatti e cani. Non vogliamo rinunciare a mangiare animali del tutto, quindi mettiamo un discrimine arbitrario che ci permette di avere degli animali “sacrificabili” per ragioni che sono sempre fallaci (sono meno intelligenti, ne abbiamo bisogno per la nostra salute etc) e nello stesso tempo di averne altri “amici”.

Ma esistono tanti altri codici morali tra chi mangia carne di animali: per esempio molte persone sostengono di mangiare solo carne proveniente da allevamenti etici, reclamando l’esistenza di allevamenti in cui in qualche modo l’animale viene rispettato o trattato bene prima di essere macellato, e sostenuti in questo dal marketing dell’industria della carne che ha colto benissimo il senso di colpa collettivo ed è pronto a fornire soluzioni di facciata a chi vuole lavarsi la coscienza; o ancora ci sono persone che decidono, tra gli animali considerati commestibili, di mangiare solo quelli che a loro parere soffrono di meno o sono meno intelligenti, come i pesci o le cozze, le vongole; altri ancora, più idealmente che nella pratica che risulterebbe davvero difficile, reputano morale mangiare solo animali che cacciano loro stessi oppure animali che sono cacciati perché considerati invasivi (per esempio i cinghiali).

Proprio come i cannibali di Bones and All, anche gli umani hanno la percezione di essere dei mostri per gli altri animali e vengono a patto con i propri comportamenti in modi diversi, alla base c’è quasi sempre un senso di colpa, un riconoscimento del male che si sta provocando.

Nel romanzo Bones and All la riflessione filosofica su quanto sia giusto uccidere per nutrirsi, se sia una necessità, una scelta e quali possono essere le giustificazioni morali a tali atti, si intravede ma non emerge con forza ed efficacia.

Probabilmente se l’autrice non avesse esplicitato questa chiave di lettura nei ringraziamenti finali, non sarebbe così automatico rintracciare il messaggio antispecista tra i tanti livelli di lettura a cui si può prestare il libro. 

Nella postilla finale infatti leggiamo

“quando chi sa che sono vegana scopre che ho scritto un romanzo sui cannibali (sui ghoul, in realtà, ma "cannibali" è più semplice), lo trova bizzarro, assurdo o entrambe le cose. per dirla in due parole, credo che il mondo sarebbe un posto molto più sicuro se analizzassimo in modo lucido e onesto - sia in quanto individui sia in quanto società - la nostra abitudine a mangiare carne e le sue conseguenze ambientali e spirituali."

IL FILM DI GUADAGNINO

Venendo al film, nonostante alla prima visione mi abbia deluso, dopo aver letto il romanzo da cui è tratto, ho pensato che in realtà è riuscito molto meglio ad elaborare i temi legati alla riflessione sul mangiare animali rispetto a quanto faccia il libro.

Ed è la stessa DeAngelis ad ammettere che Bones and All non sia uno dei suoi romanzi più riusciti e che la trasposizione di Guadagnino abbia fatto un lavoro migliore:​, in un’intervista per Literary Hub in cui conversa con lo sceneggiatore e produttore del film, David Kajganich, dice di avergli dato carta bianca, di non essersi volutamente intromettere nel processo creativo della scrittura del film ma di aver soltanto detto “All I care about is that the film is vegan” “tutto ciò che mi importa è che il film sia vegan”.

 “Ricordo solo di aver detto che il sottotesto, come lo intendevo io, era troppo sottile nel romanzo. E a parte questo, volevo solo vedere cosa ci potevi fare. Molte persone hanno detto, oh, il film è così diverso dal romanzo, e la gente è sorpresa che io sia felice dei cambiamenti che Dave, Luca e il resto del team hanno apportato, perché penso che le persone abbiano questa idea in le loro teste che la storia come l'ho scritta è preziosa per me. La verità è che ho scritto questo romanzo dieci anni fa. È storia antica per me, creativamente parlando.”

LA SCENA DEL MATTATOIO

Sempre nell’intervista DeAngelis parla nello specifico di una scena presente nel film che tornando indietro avrebbe voluto scrivere lei, la scena del mattatoio.

Subito dopo essersi incontrati, Lee e Maren cercano rifugio durante la notte in un mattatoio. Nel silenzio spettrale spezzato solo dai rumori dei macchinari e dai versi degli animali, i due si siedono su una ringhiera e guardano dall’alto le vacche che si muovono nei loro recinti in attesa della morte.

Maren riflette ad alta voce rivolgendosi a Lee: ci pensi mai che tutti questi animali hanno famiglia, fratelli, sorelle, madri e padri…paragonando le esperienze degli animali da macello a quelle delle sue vittime umane, strappate al calore dei propri affetti dalla sua fame cannibale.

IL CANNIBALE WANNABE

Ma è un’altra la scena presente solo nel film a suggerire con estrema forza la riflessione vegan ed è quella in cui Maren e Lee si trovano a condividere una notte intorno a un falò con altri due viaggiatori, appena incontrati: uno è un “mangiatore” un cannibale come loro, il suo accompagnatore è un poliziotto fuori servizio e appare subito chiaro come non sia un cannibale nato ma sia una persona “normale” che mangia persone per scelta, per soddisfare una sua voglia o pulsione e che a questo scopo si stia allenando da tempo facendosi aiutare in questo suo tragico apprendistato dall’amico.

Maren è sconvolta, Perché si dovrebbero cacciare, uccidere e mangiare le persone se non se ne ha bisogno? Com’è possibile che lei, cannibale suo malgrado, viva una vita di sensi di colpa, dilemmi morali, sofferenza fisica ed emotiva e ci sia una persona che scelga di sua propria volontà di essere un mostro come lei quando potrebbe nutrirsi di altro?

Noi spettatori siamo disgustati quanto lei ed è a questo punto che ci chiediamo: perché dovremmo provocare sofferenza imprigionando, torturando, macellando e mangiando animali quando potremmo benissimo approfittare dell’abbondanza di alimenti buoni e nutrienti che non causano violenza e morte?

Il linguaggio visivo della trasposizione cinematografica si presta anche di più a questo tipo di divulgazione vegan perché le scene di cannibalismo riescono molto di più a suscitare sensazioni di disgusto o shock rispetto alle descrizioni del libro, pensiamo alla scena che apre il film, quando Maren addenta il dito di una sua amica durante un pigiama party e lo scarnifica suscitando il terrore delle presenti, una scena che disgusta e spaventa chi la sta guardando così come tutte le scene in cui si vedono umani chini sui corpi di altri essere umani che strappano con i denti brandelli di carne riemergendone completamente ricoperti di sangue.

IL REFERENTE ASSENTE

Il romanzo descrive atti di cannibalismo ma non ha la forza della telecamera nel farlo, il film in questo sceglie un approccio molto più realistico e meno fantasy che colpisce molto più efficacemente la sensibilità di chi guarda anche perché grazie a questo pretesto narrativo, il cannibalismo, il film smantella il meccanismo del referente assente.

Il concetto di referente assente è alla base del mangiare carne: dietro ad ogni pasto a base di carne c’è un soggetto assente, mai nominato, cioè l’animale e il suo corpo che macellato, quindi trasformato nella sua forma, cucinato e rinominato con termini come bistecca, polpetta o hamburger ci permette di mantenere il concetto di carne separato dal dato di fatto che una volta quella carne era un animale, ci permette l’atto di mangiare evitando di vedere che stiamo mangiando qualcuno. La vacca nel piatto è assente, c’è al suo posto un hamburger.

Il referente assente è smascherato nel film quando la “carne” è strappata direttamente con i denti da un corpo intero che giace inerme, immobile, in tutta la sua interezza, la sua forma, la sua presenza fisica riconoscibile come essere umano, risulta quindi impossibile scindere i frammenti di sangue, tendini, grasso e fluidi che imbrattano i volti e i corpi dei cannibali dalla persona a cui appartengono. 

I FINALI A CONFRONTO

Anche prendendo in considerazione i finali, quello del film di Guadagnino e quello di DeAngelis, sono molto diversi:

nel finale del romanzo Maren divora il suo amato Lee, e non sembra avere troppi rimorsi al riguardo, il fatto è liquidato con poche parole. La troviamo poi sfrontata e impenitente nell’ultimo capitolo, ambientato tra gli scaffali di una biblioteca dove si trova insieme a uno studente della sua università ed è alle prese con quelli che sembrano i preliminari di un rapporto sessuale e che invece si intende saranno solo i preparativi del suo ennesimo pasto umano. 

Il finale di Guadagnino invece lascia aperte molte più possibilità rispetto a quello che farà Maren alla fine di questo suo percorso di crescita e formazione. 

Anche nel film Maren mangia Lee, e l’atto in sé acquista un significato romantico molto potente, Guadagnino ha filtrato tutta la vicenda con la lente della love story, è più un film romantico che horror e quest’ultimo atto, mangiare l’amato, simbolicamente rappresenta l’unione eterna di due corpi e due anime, ma è vissuto da Maren sì con senso di inevitabilità ma anche con profondo dolore. Lee vivrà sempre dentro a Maren che lo porterà sempre e ovunque con sé, ma non sappiamo cosa lei farà dopo, Guadagnino lascia un finale ambiguo e quindi dà molto più spazio alle domande dello spettatore:

Maren accetterà la sua natura cannibale e diventerà in tutto e per tutto una predatrice oppure riuscirà a controllare i suoi impulsi e smettere di mangiare le altre persone? o ancora continuerà a uccidere e nutrirsi di essere umani trovando però un  proprio codice morale? 

 SALUTI FINALI E CONTATTI

Hai visto il film e letto il romanzo? cosa ne pensi? Se vuoi condividere le tue opinioni su “Bones and all” scrivimi a minima@minimashop.it, o mandami un messaggio su instagram e facebook @minimashop.it o lasciami un tuo commento qui sotto.

Grazie per aver ascoltato la quarta puntata di “Sotto la pelle - libri antispecisti” un podcast prodotto da Minima Shop, negozio vegan, zero rifiuti e senza plastica. I Testi e la voce sono i miei, Viviana Lisanti, la sigla e i commenti musicali sono di Riccardo Canta e Ruggero Pasini.

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